E dalla nebbia arrivarono
Nella casa
Maria era una bambina come tante altre: andava a scuola con i suoi amici, aiutava il padre nei campi e soprattutto amava giocare con la nonna. Fu per questo che non si fece troppe domande quando quest’ultima la svegliò di soprassalto:
«Maria, tesoro della nonna, devi svegliarti! Io e tuo padre abbiamo deciso di giocare a nascondino!»
La bambina si guardò intorno: la sua casa era piccola e confortevole, con letti morbidi e un fuoco sempre acceso nella stufa in ghisa, che adesso stranamente era spenta.
«Avanti piccola mia, non possiamo aspettare ancora!» incalzò la nonna mentre aiutava Maria a scendere dal letto. «Ora ci nascondiamo io e te e poi il tuo papà verrà a cercarci!»
La bambina si strofinò gli occhi, non ancora del tutto sveglia.
«Va bene nonna, andiamo a nasconderci nel fienile come facciamo sempre?»
La nonna guardò fugacemente verso la finestra e, per qualche secondo, un lampo di preoccupazione le attraversò il volto sciupato dal tempo, finché non riprese il suo sorriso, indicando una botola al centro della stanza.
«Nel fienile ci vado io, tu nasconditi nella cantina, tesoro, meglio dividersi! Così tuo padre non ci trova subito tutte e due e giochiamo più a lungo!»
Mentre la nonna teneva aperta la botola, la bambina scese gli scalini in pietra e si girò a guardare la vecchia, sorridendo.
«Ci divertiremo un sacco, nonna!»
«Certo piccola mia, come sempre!»
«Mi raccomando, qualunque cosa tu senta, non uscire! Esci solo quando qualcuno ti chiamerà per nome, così saprai che il gioco è finito!»
Un dito sulle labbra indicava l’inizio del gioco: ora bisognava stare in silenzio.
La botola si chiuse piano e Maria piombò nel buio. Non aveva paura: era una campionessa di nascondino e vinceva sempre nascondendosi nei posti bui del paese dove i suoi amici avevano troppo timore di avventurarsi. Il rumore della porta che si chiudeva la informò che la nonna era uscita di casa.
Passò del tempo, forse ore, forse minuti, e nessuno entrò in casa a cercarla. Dopo un po’ gli occhi di Maria si abituarono all’oscurità e cominciò a distinguere le sagome che la circondavano. Raggi di luce filtravano tra le crepe delle assi del pavimento.
All’improvviso Maria sentì un rumore. Era di certo il verso di un animale, ma non riusciva a capire di quale si trattasse. Il suono era acuto e prolungato e sembrava strano alle orecchie della bambina, che si ritrovò a tremare. Il buio del suo nascondiglio non sembrava più così rassicurante, le ombre ora erano meno definite e sembravano muoversi. Qualcosa la guardava, sempre fuori dal suo campo visivo.
«Non voglio più giocare»
Gli occhi lucidi di lacrime splendevano nel buio. La bambina aprì la botola e si avviò verso la porta. Luci danzavano sulle finestre, come se tante torce fossero state accese in tutto il paese. Aprì la porta e uscì di casa, guardandosi attorno. In lontananza vedeva gli adulti che correvano tra le case, alcune delle quali avvolte dalle fiamme. La bambina si voltò in direzione del fienile e vide la nonna vicino al grande portone in legno, seduta con la schiena appoggiata al muro.
Mentre Maria si avvicinava, una strana sensazione iniziò a farsi strada in lei. Dalla base del collo fino a scendere alle spalle, un freddo innaturale e un formicolio fastidioso si propagavano, come se qualcuno le avesse infilato della neve nel pigiamino lilla.
«Nonna?» disse la bambina con voce tremante, ma la vecchia non rispondeva, i grandi occhi azzurri aperti e terrorizzati, il collo imbrattato di sangue. I suoni cessarono, come se le orecchie avessero smesso di funzionare. Con la coda dell’occhio Maria vide un ragazzo del villaggio, non molto più vecchio di lei ma molto alto, che le correva incontro urlando qualcosa che non era in grado di capire. Cercò di dire qualcosa, ma due mani possenti, grigie e marcescenti, le si strinsero attorno alla gola, sollevandola da terra.
Nella radura
Era una notte estiva, tranquilla e senza vento. Due ragazzi ravvivavano la fiamma di un fuoco con rami e sterpaglie, mentre alberi secolari li fissavano con odio. Seduti ai lati opposti del falò, Michele e Francesco si guardavano, senza vedersi davvero. Quando Michele sussurrò qualcosa, nel silenzio sepolcrale, fu come il boato di un tuono.
«Che stai aspettando?» proferì, tra l’esasperato e il divertito. «Sai benissimo quello che devi fare»
Francesco lo fissò con odio, gli occhi carichi di lacrime; sapeva benissimo cosa doveva fare, ma questo non implicava che volesse farlo.
«Non voglio restare solo»
«Nessuno lo vuole, nessuno voleva tutto questo, ma siamo qui»
Francesco strinse le mani sul fucile da caccia, fissando le lunghe canne lucide, cercando un rifugio dalla terribile realtà nei riflessi che il fuoco creava. In lontananza si percepiva un movimento fra gli alberi, di una grande folla in movimento, come a una festa; silenziosa, come a un funerale.
«Non ti resta molto tempo, fai quello che devi fare» disse Michele, ma Francesco tergiversava. Com’erano giunti fin lì? Come erano arrivati a questo punto?
«Forse qualcuno è sopravvissuto! Forse ci basta nasconderci ancora per qualche giorno e verranno a salvarci!»
Michele ridacchiò, sarcastico.
«C’eri anche tu in paese quella sera, hai visto le creature arrivare dalla nebbia... Chi avrebbe potuto salvarsi?»
«Questo è vero, però qualcuno potrebbe essere scappato nel bosco come noi! Quelle creature sono lente e stupide, lo hai visto anche tu!»
Spezzò la pagnotta in due e ne tirò un pezzo a Michele, che lo mancò, sussultando di dolore.
«Lente di sicuro, stupide non credo. Hanno distrutto subito le nostre macchine per tagliarci ogni possibile via di fuga. E comunque sono state abbastanza veloci per farmi questo», continuò indicando la gamba.
In effetti Michele tremava e sedeva in posizione innaturale, tenendo la gamba destra dritta. Un taglio profondo perdeva sangue in modo copioso, imbrattando le ruvide rocce su cui si poggiava.
«Li hai visti cadere e venir portati via nella nebbia», disse con voce ora seria. «Noi ci siamo salvati solo perché non eravamo in paese»
Questo era vero: i ragazzi erano al limitare del paese quando l’attacco era iniziato, intenti a sfidarsi a una gara di tiro. Due giovani senza pensieri che cercavano di eludere la noia delle serate di una vita rurale. Francesco scosse le spalle, come a volersi scrollare della polvere di dosso, o forse era paura? E si mise a ragionare con ritrovata metodicità.
Da solo avrebbe potuto raggiungere una delle profonde grotte che usavano i partigiani per nascondersi in tempo di guerra: in mezza giornata, a passo svelto, ci sarebbe arrivato. Michele però non era certo in condizione di viaggiare, tanto meno a un’andatura sostenuta. Francesco distolse lo sguardo dal fuoco, ancora pensieroso, e fissò il compagno.
Michele sembrò leggere i suoi pensieri nel suo sguardo.
«Se mi lasci qui potresti farcela, lo sai»
«No, non lo farei mai», rispose velocemente Francesco, giocherellando con il suo bracciale d’oro. «Non di nuovo»
«Sento forse un accenno di colpa nella tua voce? Lo sai che non è stata colpa tua se mi hanno colpito, vero?»
Francesco non rispose subito. L’attacco era avvenuto in fretta e il villaggio era stato preso dal panico. Le urla di quella bambina che veniva portata nella nebbia ancora riecheggiavano nelle sue orecchie.
«Pensavo di poterla salvare», disse dopo un po’ con voce rotta, trattenendo a stento le lacrime. «Era solo una bambina, come hanno potuto prenderla?»
«Quelle bestie non fanno distinzioni: giovani, vecchi, donne, uomini... Siamo solo prede per loro, nient’altro che questo»
Francesco non disse nulla e guardò con tristezza la gamba ferita del compagno.
«So che cercavi di fare del bene, non preoccuparti»
«Se non avessi provato a salvarla tu non ti saresti ferito!» urlò Francesco, adirato. «Lo sapevo che non avrebbe mai potuto farcela, che io non avrei mai potuto farcela! Ho solo attirato l’attenzione di quelle cose e per salvarmi ci hai rimesso la gamba, poco ci mancava che ci rimanessi secco!»
«In fondo si tratta sempre di questo, no? Tu non vuoi restare solo»
Francesco si tirò su di scatto, sempre più infuriato.
«E con questo? È forse un crimine? Tutta la mia famiglia è morta, tutti i miei amici sono morti»
Francesco si fermò per dare un calcio a un sasso lì vicino, che volò per diversi metri nel buio alle spalle di Michele, rimbalzò sul terreno oltrepassandolo e infine si fermò su qualcosa di morbido che ne attutì l’impatto, con un suono ovattato…
Lì per lì Francesco non ci fece caso, almeno finché Michele non disse piano:
«Siamo in una radura di rocce e massi, quel suono non ti sembra strano?»
Francesco si guardò intorno spaventato e lo vide, fermo al limitare della pozza di luce del falò, parzialmente in penombra.
A un primo sguardo sembrava un umano, vestito di logori stracci, la pelle pallida e grigiastra. Sarebbe potuto passare per un vagabondo se non fosse stato per gli occhi. Il bianco degli occhi non c’era più, sostituito da un intenso e brillante verde, luminescente nel buio della notte. La creatura si muoveva silenziosa, facendo scattare le estremità in un modo innaturale per un essere umano, ogni muscolo del corpo teso.
Francesco sollevò il fucile urlando:
«Stai giù!»
E sparò, colpendola al basso ventre. La creatura non emise alcun suono e non diede segno di aver subito alcuna ferita; si limitò a guardare il buco nel ventre con fare annoiato, come un cavallo che scaccia le mosche con la coda.
Michele, stranamente calmo, disse:
«Sembrano umani ma non lo sono più, devi mirare al cuore!»
Francesco lasciò cadere il fucile senza colpi in canna e caricò lanciando un urlo sguaiato, estraendo il corto coltello da caccia mentre si avventava sul nemico. Questo fece altrettanto, ignorando Michele e puntando dritto al giovane urlante. Il silenzio della radura si spezzò quando i due corpi cozzarono ed entrambi caddero a terra, chi cercando di infilzare il nemico, chi di strappargli la giugulare. Francesco era molto alto e robusto e con grande sforzo riuscì a sollevare la creatura e a sbatterla per terra. La colluttazione fu breve e in pochi secondi tornò a regnare il silenzio, interrotto solo dai forti respiri del giovane trionfante, inginocchiato di fianco al nemico sconfitto, immobile, dal quale svettava il manico del coltello al centro del petto.
Con la luce del fuoco ora Francesco poteva vedere bene il volto deturpato dal tempo e la riconobbe. Quella creatura innaturale una volta era un’amabile vecchietta del suo paese, buona e gentile con tutti, specialmente con lui. I suoi occhi, una volta azzurri, non brillavano più, segno che stavolta il colpo era andato a segno. Francesco guardò l’amico, che non si era mosso di un centimetro, composto e rilassato.
«Sei forse scemo? Perché sei rimasto lì? Potevi almeno buttarti a terra o provare a difenderti!»
«Non sarebbe cambiato molto» disse Michele tranquillo, indicando la gamba. «Anzi, ti avrebbe risparmiato un lavoro sporco che a quanto pare non hai il coraggio di portare a termine»
«Che vuoi dire?»
Il silenzio che precedeva ogni frase era troppo fragoroso per poterlo sopportare.
«Lo sai benissimo, non c’è altro modo. Se vuoi salvarti devi farmi fuori, altrimenti ti sarei solo d’impiccio. Mira al cuore, se non ti dispiace, così non ritornerò come uno di quegli abomini! Sono ancora qui solo perché i tuoi sensi di colpa ti impediscono di fare quello che va fatto! Si stanno avvicinando, il casino che hai fatto li attirerà qui e devi decidere. Rimarrai solo ma sopravvivrai!»
«Possiamo ancora farcela, mi serve solo tempo per pensare»
«Ho paura di restare solo, Michele», il fuoco si rifletteva nei suoi occhi.
«Tu sei già solo», disse la voce di Michele in lontananza.
Francesco alzò lo sguardo e Michele non era seduto dall’altra parte del fuoco, i sassi erano grigi e non c’erano tracce del sangue della ferita. Francesco fissava il punto dove si trovava il suo amico.
La diga si ruppe e le lacrime iniziarono a sgorgare.
«È colpa mia se sei morto, avremmo potuto scappare subito e ci saremmo salvati. Ora sono solo. Solo, in questo incubo»
«Allora raggiungici»
La voce di Michele si faceva sempre più lontana.
«Seguici dall’altra parte e lasciati alle spalle questo mondo che non ti riserva più nulla, trova la pace»
«Ho paura di morire» disse Francesco al nulla che gli faceva compagnia, «e ho paura di restare»
I minuti si protraevano nella quiete notturna, interrotti dagli scoppiettii della legna ancora umida. Piccole coppie di puntini verdi facevano capolino negli alberi, in una triste parodia di uno sciame di lucciole, sempre più vicini. Il peso di una moltitudine di sguardi iniziò a gravare sul giovane davanti al fuoco.
La radura era ancora silenziosa, fino all’urlo di Michele, che solo Francesco poteva sentire, nell’abisso della sua mente.
«FALLO!»
Tutte le paure, tutti i rimpianti, tutta la rassegnazione... Era tutto lì, in quel lamento. Francesco caricò il fucile, non disse nulla, girò l’arma verso il torace e sparò. Un pensiero gli passò per la mente mentre tutto si faceva buio…
«Mai più solo»
Gli alberi vegliavano immobili quel suicidio di cui sarebbero stati eterni testimoni.
Sulla banchina
Paolo era un ragazzo tranquillo e non si allontanava mai da casa per non far preoccupare i genitori.
La sua casa era rivolta verso la vallata e lui adorava guardare il tramonto dal giardino, godendosi i giochi di luce infuocata sul bianco mutevole della distesa di nebbia all’orizzonte. Mentre il sole spariva si udì una voce femminile tagliare il silenzio:
«Paolo, la cena è pronta!»
Il ragazzo si voltò e rincasò a passo svelto, essendo molto goloso e bramando un buon pasto in famiglia. Forse per questo motivo non notò la figura appena emersa dalla nebbia.
Un giovane molto alto e dalla pelle grigiastra arrancava sul limitare del bianco ed etereo mare di nebbia. Un vistoso bracciale d’oro splendeva al polso mentre una cicatrice al basso ventre faceva capolino dalla veste strappata. Aveva luminosi occhi verdi e si faceva strada sull’erba con movimenti innaturali. Alle sue spalle un’orda di creature simili a lui emergeva dalla nebbia. Il giovane sembrò quasi sorridere. Non era solo.
Contenuti forti
Questo racconto può contenere violenza, sessualità o temi sensibili (es. suicidio). Continua solo se hai almeno 18 anni.
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