Eccola lì, in mezzo a quella stanza ricolma di sedie, seduta sul suo alto scranno e con la tavolozza in mano. Chissà quante volte mi ha visto entrare in questo limbo tra sonno e veglia, sottile e impalpabile come un filo di nebbia.
È come se io non fossi neanche qui, come una mosca fastidiosa da scacciare con un pigro gesto del suo pennello.
«Ah, ci sei anche tu oggi?»
Quel suo tono superficiale… Quante volte l’ho sentito e volutamente ignorato per pace o comodità. Sì, anch’io sono qui e lei lo sa bene, non sono qui per mia volontà.
«Oggi mi farai vedere la tua opera?»
Non alza nemmeno lo sguardo mentre pongo la solita domanda.
«Forse sì, forse no. Ti è sempre piaciuto quello che facevo, perché dovrebbe essere diverso dalle altre volte?»
Mi parla come se ci conoscessimo da sempre, ma non la conoscevo allora come non la conosco adesso.
«Magari non ti piace più il mio stile. Capita, sai?»
La sua voce non è dispiaciuta: sembra che parli di una cosa scontata, inevitabile. Rimango in silenzio, cercando di trovare un modo di aggirare il dedalo di sedie per arrivare a lei e a quel maledetto quadro.
Ho perso il conto delle volte che mi sono trovato qui, a cercare una via che mi conducesse ad ammirare la sua opera. Per quanto cerchi sempre una strada diversa finisco sempre nello stesso punto di partenza, a mani vuote.
«Perché vuoi vedere il mio quadro a tutti i costi? Perché ti interessa così tanto?»
Una pennellata distratta che diventa improvvisamente un moto di fastidio accompagna le sue parole.
Quel suo tono estraneo… Come faceva a non vederlo? Come poteva non capire le mie motivazioni? Tutte le notti vengo portato qui e qui tutte le notti rimango, in questo ciclo, senza una risposta.
«Se mi facessi vedere il tuo lavoro non avremmo questa discussione, non credi?»
Le pennellate proseguono metodiche, studiate, attente e soprattutto nervose. Il colore schizza sulle sedie, graffiando il pallore del legno con sangue blu e verde.
«Perché invece non accetti che io sia semplicemente quella che sono? Lasciami vivere la mia arte in pace. Puoi rimanere o andartene, a te la scelta.»
Come se potessi farlo… Ogni strada che prendo mi riporta qui, da lei. Per quanto io possa puntare una direzione e seguire quella senza deviazioni, il risultato è sempre lo stesso: la donna del dipinto.
Non parlo, perché non so cosa dire.
Le pennellate diventano rabbiose, erratiche, caotiche e armoniose.
«E allora rimani lì, a godere del mio dolore.»
Quel suo tono sfuggente… Perché mi ferisce? Vorrei aiutarla, ma non so cosa fare senza avvicinarmi. Basterebbe che lei mi mostrasse la strada.
«Dimmi come fare! Dimmi come avvicinarmi a te!»
Scatto in avanti cercando di scalare le sedie, cadendo e rialzandomi, ignorando le schegge di legno umido che mi perforano la carne.
«Cos’è questa, premura? O forse pietà? Chi ti credi di essere per aver pietà di me?»
Il petto mi si stringe, come se qualcuno mi avesse afferrato i polmoni. Come può non capire che voglio solo il suo bene? Che sono preoccupato per lei?
Perdo il senso dell’orientamento e non la vedo più. Ho paura di cosa potrebbe accaderle, tento di rialzarmi ma cado al suolo con uno schianto. La nuca mi formicola, qualcosa non va. Non sento più la sua voce, mi rialzo con respiri brevi e intensi, ogni fibra del mio corpo pronta a quello che potrei trovare. O non trovare.
«Stai tranquillo, non è successo niente.»
Quel suo tono apatico… Calmo fino all’innaturale, senza emozioni. Le pennellate potrebbero quasi considerarsi assenti, tanto sono lente.
«Perché fai così? Perché non è mai abbastanza quello che faccio?»
Nessuna risposta arriva dalla donna del dipinto. Finge di essere concentrata sul quadro, ma gli occhi sono vitrei: non so neanche se mi sta ascoltando davvero.
Prendo una sedia da terra e la lancio con tutta la forza che posso. Non voglio colpirla, voglio solo fare rumore, voglio che si svegli da quel torpore. L’impatto porta un fracasso che echeggia nella stanza.
«Io sono fatta così, non posso farci niente.»
L’eco di quelle bugie mi rimbomba nella testa. Scuse, scudi che creiamo per non parlare.
«È ora che vada.»
La sua voce è spenta, come se arrivasse dal fondo di una grotta.
Stavolta sono io a non parlare, sono troppo stanco. Non ero mai arrivato a questo punto. Mi guardo intorno per vedere se qualcosa è cambiato, ma è tutto uguale, tutto come le altre volte.
Quando rivolgo il mio sguardo verso la donna del dipinto, questa è sparita.
Il sentiero verso il quadro ora è chiaro e immediato: in pochi passi arrivo all’agognata destinazione.
Quella donna, in tutte le sue voci, ha dipinto la sua realtà, il suo mondo, le sue paure e le sue speranze. Perché io fossi lì era il mio dubbio più grande: volevo capire, avevo bisogno di sapere.
Ma non ne ho più bisogno.
Non vidi mai quel quadro, e non rividi più la donna del dipinto.
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