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Una sigaretta è quel che resta

Scritto daFrancesco Zampieri
Lettura5 min
Pubblicato6 novembre 2026
Scritto4 marzo 2026
#horror#solitudine#violenza#ironia#apocalisse
Una sigaretta è quel che restaMondi silenziosi
ne restano ~5 min

Il cielo è limpido e senza nuvole, un azzurro brillante ma non troppo intenso. Quel colore che non colpisce per la sua magnificenza e forse proprio per questo lo trovo così affascinante. Mi ricorda le cartelline portadocumenti che Enrico teneva sulla scrivania, cercando inutilmente di mantenere una parvenza d’ordine.

Un lungo tiro di sigaretta… Il fumo che mi esce dalle narici si frappone e serpenti nebbiosi fuggono nell’azzurro. Li invidio.

A volte mi chiedo come sia volare, il che è ironico se penso alla mia paura delle altezze. Mi basta salire su una scala per sentirmi a disagio, ma nonostante tutto mi chiedo come sia vedere il mondo dall’alto. Chissà come riderebbe qualcuno che mi guarda ora.

Rimango perso in quei ragionamenti mentre finisco la sigaretta. La fumo fino al filtro e forse anche più. Abbasso lo sguardo e con un gesto esperto di pollice e medio la faccio partire. Un piccolo razzo che sparge scintille vagamente visibili nella luce diurna si schianta contro il viso di una delle creature poco più in basso.

Se guardando in su vedevo il paradiso, ora sto decisamente guardando l’inferno. Una marea mutevole di corpi erranti, putrefatti e decadenti, si staglia nel parcheggio che è diventato la mia prigione. Il basso ringhio delle creature ormai non lo sento neanche più, un rumore di sottofondo che il mio cervello esclude in automatico.

Conto le sigarette rimaste nel pacchetto: due fumate sono tutto quello che mi resta. Qualcosa mi tocca il piede e con un gesto infastidito scaccio le dita fameliche che provano a trascinarmi giù.

«Stefano, smettila per piacere. È una bella giornata, non puoi godertela senza rompere proprio a me?»

Una creatura alta quasi due metri mi fissa con occhi rossi e neri, dove pupilla e bulbo ormai non si distinguono più. L’espressione potrebbe finire in enciclopedia alla voce “Fame”. Mi vuole, mi desidera, gli servo. È uno dei pochi abbastanza alti da poter lambire il tetto del camper con le sue estremità marce e avide.

Chissà chi era prima di tutto questo. Ho deciso di chiamarlo Stefano perché mi ricorda un vecchio amico, uno dei pochi per cui dovevo guardare in alto e non in basso.

Estraggo un barattolo di Simmenthal dalla busta della spesa e lo svuoto in un piatto di carta. Lo faccio cadere sull’asfalto e la maggior parte rimane perfino dentro il contenitore.

«Ecco qua Stefano, mangia!»

Diverse creature si fiondano sul piatto ma vengono spinte via dalla massa del gigante. Tutte tranne una.

Ricordo la prima volta che la vidi: scoppiai a piangere disperato. Immagino fosse una madre a passeggio col figlio, almeno a giudicare dal colore del vestitino imbrattato di sangue e viscere. La Matrona non è neanche remotamente grande come Stefano ma è molto aggressiva. Anche ora protegge la piccola mostruosità che porta alle spalle, che agita il piccolo pugno destro con rabbia. Il braccio sinistro non lo ha più… Chissà chi glielo ha staccato a morsi. Mi piace pensare che non sia stata lei, almeno questo.

«Dai ragazzi, ce n’è per tutti, siate civili!»

Nessuna risposta.

Nessuno risponde mai.

Accendo la penultima sigaretta, mentre apro un secondo barattolo per me. Prima gli ospiti, sempre e comunque.

Il pasto mi mette sete ma le bibite che avevo comprato sono finite ieri. Potrei prendere qualcosa dal camper ma Antonello non aspetta altro. Almeno su di lui non ho dovuto inventarmi un nome… Povero cristo, per darmi rifugio è stato morso. Non so dire se sia stata fortuna o meno che sia mutato mentre stavo sul tetto a cercare una via di fuga. Poco male, mi terrò la sete.

«Antonello, bevine uno anche per me!»

È quasi sera. Strisce di rosso tingono il cielo, prima timide e poi sempre più prepotenti.

Rosso vivo, rosso sangue, sopra e sotto.

L’ultima sigaretta bacia le mie labbra secche. Faccio scorrere le dita sulla carta bianca, godendomi il profumo del tabacco. È ora.

Mi alzo con la calma di chi ha tutto il tempo del mondo e la consapevolezza di chi non ne ha più.

Il mio obiettivo è a una ventina di metri da me, vicino all’ingresso del parcheggio.

Accendo la sigaretta e aspiro. Fumo, paura, ansia… Tutto giù nei polmoni, neri di catrame.

Scatto all’improvviso prima che qualcuno possa notarmi e scendo con una scivolata degna di Duke of Hazzard dal fronte del camper. Ho già fatto una decina di passi quando l’orda mi nota. Non lo vedo ma lo sento, nei loro versi ora potenti e famelici. Non guardarti indietro, non ora. Non puoi.

Mani cercano di afferrarmi ma non cedo, sono a metà strada ormai. Qualcuno mi morde la gamba ma ignoro il dolore e con uno strattone mi libero e riprendo la corsa. La guardia giurata, o quel che ne resta, è a un metro da me. Mi tuffo sul cinturone e afferro la pistola. La marea di corpi mi travolge e vengo schiacciato sull’asfalto. La moltitudine di creature blocca il mio campo visivo.

Non vedo più il cielo.

Un ultimo tiro di sigaretta.

Infilo la canna della pistola in bocca e premo il grilletto.

Nero.

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Questo racconto può contenere violenza, sessualità o temi sensibili (es. suicidio). Continua solo se hai almeno 18 anni.

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