L'Uomo vestito di bianco
Il fattore viveva in un piccolo paese di montagna, un posto così insignificante che non credo valga neanche la pena menzionarne il nome. Pochi abitanti, nessuna merce degna di nota e il costante odore di letame e paglia non lo rendevano certo una meta ambita.
A questo pensava il fattore quando vide arrivare il carretto bianco. Non era molto grande; da dove si trovava lui non distingueva neanche chi lo stava trainando. La cosa strana era il colore, che lo rendeva stranamente individuabile nelle distese verdi dei prati. Non era facile ottenere un bianco così intenso, se si ascoltavano le mogli dei suoi amici, perennemente insoddisfatte del colore della biancheria e delle lenzuola appena lavate.
Il fattore fece spallucce, in fondo non era un suo problema, la terra non si zappava da sola del resto. Mentre riprendeva il suo lavoro pensò che quantomeno ci sarebbe stato qualcosa di cui parlare per i prossimi mesi. Nei giorni successivi il fattore piantò le patate e raccolse le cipolle, sistemandole con cura nei sacchi di stoffa, pronte per essere vendute al mercato.
Mentre si recava nel centro del paese incappò in altri contadini, che salutò con un gesto allegro della mano: «Salve a voi!» L’unica risposta che ottenne furono sguardi tetri. Il fattore non ci fece troppo caso. Forse avevano problemi a casa, o forse nelle coltivazioni.
Arrivato alla piazza principale, sede del mercato cittadino, notò subito che c’era qualcosa di strano: la piazza, solitamente animata dal vociare delle contrattazioni e dalle risate dei bambini, era deserta. L’assenza di suoni era quasi palpabile, un vuoto che sembrava risucchiare l’aria stessa.
E poi lo vide.
L’uomo sedeva accanto a un carretto. Era vecchio, ma non anziano, con corti capelli grigi e abiti bianchi pregiati, sebbene logorati dal viaggio. Le sue mani erano appoggiate su un bastone da passeggio lucido, e il suo volto portava un mezzo sorriso che non raggiungeva mai gli occhi, nascosti sotto un grande cappello a tesa larga.
Il fattore lo osservò per qualche minuto, ma il vecchio non sembrava interessato a lui, così decise di recarsi al bar del paese. Non ne vedeva gli occhi ma sentiva lo sguardo dello straniero seguirlo in ogni suo movimento.
L’atmosfera dentro era forse peggiore. Mentre il fattore prendeva posto al lungo tavolo, l’oste stava raccontando gli avvenimenti degli scorsi giorni.
«Quel vecchio è arrivato qualche giorno fa al paese, col suo carretto bianco. Nessuno sa da dove sia venuto. Si è seduto al centro della piazza e da allora non si è più mosso. I tentativi di comunicare con lui non hanno ottenuto alcuna risposta; sembrava di parlare a una statua.»
Il vecchio oste sistemò un bicchiere di vino davanti al fattore e riprese: «I pochi che si sono azzardati a dirgli di andarsene hanno ricevuto un sorriso e uno sguardo da vitrei occhi grigi come ricompensa. Tuttavia, il vecchio è ancora lì, immobile, come se nulla potesse smuoverlo.»
Si iniziò a discutere di cacciarlo con la forza ma il fattore non era un uomo violento e non era d’accordo, come anche altri abitanti del resto. «È solo uno straniero un poco strano, che male potrebbe farci? Lasciamolo ai suoi affari e pensiamo ai nostri!». Ci fu qualche cenno d'assenso, ma molti sguardi preoccupati seguirono questa affermazione.
Il fattore finì di bere e decise che non era il caso di rimanere lì, nessuno sembrava intenzionato ad acquistare le sue cipolle, e dopo aver lasciato qualche moneta sul bancone si recò verso casa. Quando uscì dal bar, il vecchio non si era mosso. Un fastidio alla base della nuca continuava a pigolare nella testa del fattore, come quando non riusciva a centrare la cruna d'un ago con un filo. C’era qualcosa che mancava o che forse non ricordava, ma cosa? Poco male, non era un suo problema del resto. Aggirò il vecchio e tornò a casa, soppesando ogni passo.
I giorni passavano e il paese iniziò a cambiare. Le persone si guardavano con sospetto e i vicini di casa avevano iniziato a rincasare in fretta quando per caso il fattore li incrociava nei campi. Non erano mai stati in rapporti troppo amichevoli, ma quel comportamento era molto strano.
Sguardi furtivi si incrociavano nelle strade, e le conversazioni si spegnevano non appena qualcuno si avvicinava.
Una sera, mentre mangiava la sua zuppa di cipolle, al fattore si accese un ricordo, un flebile lascito della sua infanzia: racconti di stranieri misteriosi che arrivavano in un paese, portando sventura e miseria, prendendo le sembianze di chi conosciamo per ingannarci.
Storie che gli recitava la madre quando era piccolo, chissà perché ci stava pensando proprio ora. Spauracchi che si raccontavano ai bambini per insegnare loro a non fidarsi degli stranieri. Che storie ridicole. Il pensiero però, quasi controvoglia, tornò a quel vecchio seduto vicino al suo carretto. Un brivido corse lungo la schiena del fattore e nonostante il clima temperato, sentì freddo.
La prima morte fu attribuita a un incidente, un episodio triste ma non insolito. Un contadino fu trovato senza vita nel suo granaio, il corpo freddo e rigido tra le travi polverose e i sacchi di patate accatastati. L'uomo, si diceva in paese, aveva una vita turbolenta. I litigi con la moglie erano noti a molti, così come le voci che lei avesse trovato conforto altrove, forse tra altre braccia più amorevoli.
La seconda morte lasciò un maggiore impatto. La figlia dello scarpolino fu ritrovata annegata in un pozzo. La cerimonia funebre fu molto dura per il fattore, era così giovane quella povera ragazza. Il sermone funebre suonava distorto, forse per via del chiacchierio che gli avventori non riuscivano a evitare, nonostante la situazione. «L’Uomo vestito di bianco» venne nominato spesso, con voce ora impaurita, ora sospettosa. Tutti avevano iniziato a usare quell’epiteto per riferirsi al vecchio che continuava imperterrito a torreggiare su di loro, nella piazza del paese.
Si parlava di cacciarlo una volta per tutte, di bruciare il suo carretto, di aggredirlo con pietre e bastoni. Vuoti discorsi da bar, nessuno osava avvicinarsi all’Uomo vestito di bianco. Rimaneva seduto al suo posto, immobile, con quel mezzo sorriso che sembrava osservare tutto.
Le voci correvano per il piccolo paese e anche chi si era scordato o non aveva mai sentito le storie ora le ricordava bene. Il fattore non credeva a queste leggende e cercava di continuare la sua solita vita. Coltivava i campi e accudiva gli animali, noncurante della situazione. «Non è un mio problema», si ripeteva.
Una mattina, mentre si preparava per una giornata nei campi, si accorse di non trovare più la sua cote. La falce ormai era smussata e avrebbe faticato parecchio senza una buona affilatura. Sarebbe potuto andare in paese a prenderne una nuova al mercato ma non gli andava di trovarsi vicino all’Uomo vestito di bianco. Decise quindi di recarsi dal suo vicino, per chiederne una in prestito. Si preparò alla lunga serie di sguardi tetri che gli avrebbero riservato. Non andavano d’accordo prima, figurarsi adesso.
Fece il breve tragitto tra le loro case a passo svelto, desideroso di sbrigare la faccenda per poter riprendere il lavoro. Stava per bussare alla vecchia porta in legno marrone quando con la coda dell’occhio vide un movimento. Si girò di scatto e istintivamente alzò la falce. Il suo vicino lo fissava, con uno sguardo sorridente.
«Buongiorno, cosa ti porta qui oggi presso la mia dimora?» La voce era tranquilla, affettata, stranamente cordiale.
«Ho perso la mia cote, mi chiedevo se potessi prestarmi la tua.»
«Certamente! Ne ho sempre una di scorta, non si è mai abbastanza pronti del resto. Vado subito a prenderla, con permesso.» Il vicino si avviò verso il capanno dove teneva gli attrezzi, con passo sicuro.
«È di buon umore oggi, meno male» si ritrovò a pensare il fattore. «Non sembra neanche lui».
Un brivido freddo, che ormai il fattore aveva imparato ad associare all’Uomo vestito di bianco, gli fece fare uno scatto involontario. »Sono solo storie che raccontiamo ai bambini, queste cose non esistono». Osservò il vicino in lontananza che cercava in mezzo agli attrezzi, notando una serie di coltelli appesi in maniera ordinata su una parete del capanno. Il suo vicino non macellava i suoi animali e non possedeva tutte quelle lame fino a qualche tempo fa, da quello che il fattore ricordava.
«Bei coltelli, vicino! Sono nuovi?» chiese il fattore, con una punta di agitazione nella voce.
«Questi? No no, li ho sempre avuti!»
«Ah sì? Strano, non li ho mai visti.»
«Non so cosa dirti, sono i coltelli di mio padre, li tengo più per ricordo. Ah, ecco qui la cote di scorta!» Il vicino si avvicinò e porse la cote al fattore.
«Grazie mille, ora finalmente posso continuare con il mio lavoro. Ho in mente di ripulire una zona di prato e ampliare un po’ il terreno coltivato, così potrò piantare altre carote.»
«Questa è un’ottima idea, il cibo in più è sempre una comodità, non si sa mai quando arriverà un inverno rigido, meglio essere previdenti.»
Si scambiarono i saluti e il fattore si avviò svelto verso casa, conscio del fatto che tutti i suoi vicini sapevano che lui coltivava solo patate e cipolle.
Il fattore non dormì quella notte. D’accordo, erano leggende, ma tutte hanno un fondo di verità, no? Doveva avere prove, doveva esserne certo.
Il fattore trascorse i giorni successivi immerso in un solo pensiero: i suoi vicini non erano più gli stessi. Mentre inchiodava assi alle finestre e rinforzava le porte della sua casa, continuava a tornare con la mente a quei due. Prima litigavano per ogni piccolezza, voci che si alzavano fino a sentire le stoviglie volare, ma ora… ora regnava una quiete innaturale. Troppo gentili. Troppo composti. Parlare con loro sembrava come immergersi in un silenzio calcolato, un’armonia che non apparteneva a nessuno che lui conoscesse.
Li spiava da lontano, nascosto nella vegetazione. Le loro giornate seguivano una routine stranamente regolare: uscivano insieme al mattino, lavoravano fianco a fianco nel piccolo orto dietro casa senza mai scambiarsi un litigio, e rientravano quando il sole iniziava a calare.
C’erano dettagli che lo facevano rabbrividire. Il modo in cui si muovevano, sincronizzati senza mai pestarsi i piedi o ostacolarsi. I gesti affettuosi che si scambiavano sembravano finti, come se stessero interpretando una recita.
Le provviste nella casa del fattore cominciavano a scarseggiare. Le ceste in cui conservava le cipolle erano ormai vuote, così come il sacco di patate accanto al camino. Non curava più la fattoria. Il cibo era l’ultima delle sue preoccupazioni: non poteva distogliere lo sguardo, non adesso.
Una mattina la moglie del vicino si presentò inaspettatamente alla sua porta. Bussò a lungo ma il fattore finse di non essere a casa, mentre la spiava da una fessura delle travi che aveva inchiodato alle finestre. Quando la donna se ne andò il fattore uscì di casa e vide una torta sull’uscio, con sopra un biglietto: «Immaginiamo che tu abbia fame con tutto il lavoro che hai da fare, solo in quella fattoria. Abbiamo pensato che potessi gradire! I tuoi vicini».
Si accigliò. Il loro tono era sbagliato. Come facevano a sapere che non mangiava? E la torta? Non era certo il loro stile; non l’avevano mai fatto prima. Prese il piatto con le dita rigide e lo gettò lontano nel campo, osservando i pezzi che si sparpagliavano tra l’erba. Il pensiero arrivò immediato e glaciale: «Sanno che li sto spiando. Si stanno prendendo gioco di me.»
Doveva sapere come stava andando in paese. Si recò al paese facendo il giro lungo, in modo da evitare la casa del vicino. Quando arrivò in piazza l’Uomo vestito di bianco era ancora lì, incurante della situazione.
Eppure, quello sguardo grigio sembrava sapere tutto.
Il fattore raggiunse il bar, ma le finestre erano chiuse e la porta bloccata da una trave inchiodata di fretta. Si guardò intorno, confuso, cercando qualcuno che potesse spiegargli cosa stesse succedendo. Poco più in là, due uomini stavano parlottando tra loro, i volti pallidi e gli occhi incavati dalla paura.
«Che succede? Perché il bar è chiuso?» domandò, avvicinandosi di qualche passo.
Gli uomini si scambiarono uno sguardo rapido, quasi esitante, prima che uno dei due rispondesse con voce sommessa: «L’oste… lo hanno trovato stamattina. Morto. Un coltello nel petto.»
Il fattore rimase senza parole per un istante, il cuore che gli batteva forte. «E... chi? Chi potrebbe essere stato?» chiese, la voce più alta di quanto avesse voluto.
«Non lo sappiamo,» rispose l’altro uomo. «Qualcuno sospetta il fratello, ma... non ci sono prove. E poi, chi può dirlo ormai? Non possiamo fidarci di nessuno.»
«Il fratello? Sono sempre andati d'accordo, mai un litigio. Non sono solo i miei vicini dunque, chiunque potrebbe essere sotto al giogo dell’Uomo in Bianco». Corse a casa, pronto al peggio, finché la stanchezza arretrata non chiese il suo tributo. Il fattore crollò addormentato nel viottolo della sua fattoria.
Le urla lo svegliarono di colpo. Il fattore si alzò di scatto, il respiro corto e il cuore che martellava nel petto. Attraverso la finestra, vide ombre danzare nel buio, illuminate da bagliori lontani. Il paese era in tumulto. «È iniziato», mormorò, correndo in casa ad afferrare la falce appoggiata al muro.
«Ora è un mio problema».
Attraversò il campo che separava la sua casa da quella del vicino, il terreno umido lo faceva incespicare. Ogni passo era accompagnato dal fruscio del vento e dai suoni lontani del caos. Quando raggiunse la porta del vicino, la spinse con cautela. La casa era immersa nell'oscurità, ma una luce fioca filtrava dalla stanza principale.
Il vicino era lì, chino su un tavolo, intento a lucidare i suoi coltelli che non usava mai. Il panno strusciava sulla lama, un suono che sembrava amplificato nel silenzio della notte. Il fattore si avvicinò, la falce stretta tra le mani tremanti. «Non posso permetterti di farlo» sussurrò, prima di alzare l'arma e colpire con forza. Il vicino emise un unico gemito soffocato, uno sguardo stupito inciso negli occhi spalancati. Il corpo si accasciò sul tavolo, il panno imbrattato di sangue.
Un rumore alle sue spalle lo fece voltare di scatto. La moglie del vicino era sulla soglia, gli occhi spalancati per il terrore. Si fissarono per un secondo e poi la donna corse su per le scale, il fattore al seguito. Arrivato al corridoio, la falce si incastrò nella stretta porta. Quando liberò l'attrezzo dal legno, la moglie del vicino si era barricata nella camera da letto, sbarrando la porta con qualcosa di pesante. Pianti e singhiozzi echeggiavano nell'aria. «Ho soltanto fatto tutto quello che mi ha detto», la voce un pianto isterico. Il fattore si irrigidì. Quelle parole erano la conferma che temeva. Una scarica di rabbia e forza lo percosse e con una leggera rincorsa sfondò la porta. La donna era lì in ginocchio, implorante. Il fattore alzò di nuovo la sua falce, pronto a porre fine a questa follia, pronto a salvarsi la vita, pronto a salvare il paese.
La moglie cercò di indietreggiare, ma lui avanzò, la falce che gocciolava sangue fresco. «Non posso lasciarti continuare» disse senza emozioni. Lei alzò una mano, come per fermarlo o per dire qualcosa, ma era troppo tardi. La falce si abbatté una, due, innumerevoli volte. Il silenzio tornò a regnare nella casa.
In quella fatidica notte l’intero paese venne spazzato via. Nella piazza centrale, le fiamme si riflettevano sui volti degli abitanti come uno specchio delle loro paure. Ogni urlo, ogni grido era come un colpo di tamburo, accompagnato dal suono di porte sfondate e mobili rovesciati. Chi cercava di fuggire trovava solo altri pronti a bloccare la strada, non per aiutare, ma per difendere il proprio territorio, la propria vita. Gli alleati si rivelavano nemici, gli amici si tradivano a vicenda, rivelando le proprie intenzioni. La violenza collettiva divorò il paese pezzo dopo pezzo.
L'Uomo vestito di bianco non mosse un dito. Rimase seduto accanto al suo carretto, osservando con un'espressione che non tradiva né emozione né giudizio. Non fu mai toccato dal caos; non una parola, non un gesto uscì da lui. Eppure, sembrava che tutto accadesse sotto il suo sguardo, senza sorpresa.
Quando finalmente le urla cessarono e il fumo iniziò a dissolversi, il silenzio tornò nel paese. Ma non era il silenzio di una notte tranquilla, bensì quello di un luogo che aveva perso ogni forma di vita. Non c'erano più voci, né risate, né pianti. Solo il vento che portava con sé l'odore acre delle ceneri e del sangue.
L’Uomo vestito di bianco finalmente si alzò dal suo trono. Con la calma di chi ha tutto il tempo del mondo iniziò a raccogliere oggetti e ricchezze e a caricarle sul suo carretto, talvolta soppesando un gioiello o un attrezzo per valutare se valesse la pena tenerlo. Si levò il completo bianco in favore di abiti più comodi e lo ripose con cura in uno scomparto, vicino a un libro di favole per bambini.
Contenuti forti
Questo racconto può contenere violenza, sessualità o temi sensibili (es. suicidio). Continua solo se hai almeno 18 anni.
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