Vedi Napoli e poi muori
L’ospedale universitario Federico II di Napoli era una struttura quantomeno interessante. Una città nella città, agglomerata sul fianco di una collina dalla quale gli edifici spuntavano come funghi: alcuni alti e sottili, altri bassi e piatti. L’ingresso pedonale non era certamente adatto a chi voleva evitarsi una bella scarpinata. Dal parcheggio un serpente di asfalto saliva in mezzo agli alberi, per ricongiungersi con la trafficata strada principale. Poche decine di metri dopo, se qualcuno avesse guardato verso destra in un giorno limpido, avrebbe potuto scorgere uno dei tanti murales della zona, un edificio colonnato bianco su sfondo blu pieno.
Voci di saluti per aver visto un conoscente o di imprecazioni per il troppo traffico erano la colonna sonora di queste strade.
Musica di una città viva, musica di una città libera.
Musica che nessuno sente più.
Urla di terrore ne avevano preso il posto. Tutti correvano, quantomeno chi riusciva a farlo. C’era chi correva giù per la strada verso la propria macchina, chi cercava di trovare riparo dentro l’edificio più vicino e chi semplicemente si concedeva un attimo di respiro dietro un cespuglio o un cassonetto.
Non serviva a molto però.
La nebbia fitta rendeva impossibile orientarsi specialmente per chi, come Nico, non conosceva la zona.
Il suo sguardo vagava senza meta, cercando una direzione in cui andare per sfuggire al marasma che stava esplodendo. A pochi metri da lui, in direzione dell’asilo, una bambina sbatteva la testa di una donna sullo spigolo del marciapiede, scandendo ogni colpo con un «Mamma» detto con voce piatta. In direzione opposta, un folto gruppo di infermieri aveva appena travolto una famigliola. Nico poteva sentire i versi imploranti della madre e dei ragazzi che venivano portati via. Il padre cercò di opporre resistenza… Il rumore delle ossa rotte risuonò sopra le urla dei figli.
L’unica via di fuga che Nico reputava sicura era la strada interna che si addentrava nel parcheggio. Non sapeva se fosse un vicolo cieco, ma restare lì non era un’opzione. Cercando di fare meno rumore possibile iniziò a muoversi, con passi incerti e gambe tremanti.
Avanzò per una trentina di metri fino a un bivio, prima non visibile nella fitta nebbia. Davanti e a sinistra edifici, a destra il parcheggio proseguiva.
Dietro non vedeva più nulla.
Sentiva ancora però.
Nico si fermò a riflettere: l’edificio a sinistra, più basso e compatto, poteva essere un buon posto dove nascondersi in attesa dei soccorsi ma era molto vicino alla strada e a quelle persone impazzite. D’altro canto non riusciva a vedere il resto del parcheggio e non si sentiva sicuro a stare all’aperto più del necessario.
Le urla distanti ancora echeggiavano nella coltre perlacea ma i rumori alle sue spalle si erano calmati. Prima conosceva la loro posizione, soprattutto la distanza: adesso potevano essere ovunque. Doveva muoversi subito e lo sapeva.
Si avvicinò alla porta verde alla sua sinistra, dove un cartello azzurro mostrava un grande “14” bianco. Abbassò la maniglia ed entrò senza guardarsi indietro. All’interno luci fredde illuminavano l’ingresso e la sala d’attesa, nella quale regnava il silenzio più assoluto. Dopo tutta quella nebbia Nico aveva sperato di avere un po’ di respiro ma la foschia sembrava averlo seguito anche qui. Meno intensa, meno pesante, questo era certo… Però c’era anche lì, come una vaga presenza che aleggiava nella stanza.
Avrebbe voluto bloccare la porta ma aprendosi verso l’esterno e mancando la chiave, semplicemente non poteva. Decise così di spostarsi dall’ingresso, verso il corridoio dietro il bancone di accettazione. Una volta aggirato, niente di particolare sembrava essere accaduto in quel luogo: i computer erano accesi, non c’era niente sparpagliato sul pavimento e nessun segno di tafferugli. Questo rincuorò Nico che si avviò a passo sicuro, o almeno meno tremolante, all’interno del lungo corridoio. La prima porta sulla destra era chiusa a chiave ma la seconda si rivelò aperta; cercando di fare meno rumore possibile, entrò e si chiuse subito la porta alle spalle.
Nico si trovava ora in un piccolo ambulatorio, o forse una sala visita. Questo non poteva saperlo con sicurezza. C'erano un lettino, diversi macchinari di cui non conosceva l’uso e una moltitudine di armadietti. C’era anche un piccolo bagno. La chiave era ancora nella toppa e si affrettò a farla scattare. Dopo aver ispezionato l’altra stanza per accertarsi che fosse vuota e aver tirato le veneziane, la sensazione di aver finalmente raggiunto un luogo sicuro si impadronì di Nico.
L’adrenalina scemò.
Le gambe cedettero.
Fece appena in tempo ad afferrare il bordo del letto per rallentare la caduta. Si ritrovò col fondoschiena sul pavimento freddo, la vista fuori fuoco e il respiro pesante. Passarono diversi minuti prima che Nico riuscisse a riprendere il controllo. Estrasse il telefono dalla tasca e diciassette notifiche lo attendevano: chiamate e messaggi WhatsApp da parte della madre e della compagna Anna. Aveva l’abitudine di tenere il telefono in modalità silenziosa per non disturbare e non aveva sentito la vibrazione.
Chiamò la madre: nessuna risposta.
Chiamò la compagna: segreteria telefonica.
Aprì WhatsApp.
[17:42, 24/09/2025] Anna: Quando finisci di fumare mi prenderesti un caffè? <3
[17:54, 24/09/2025] Anna: Tutto bene giù? Dalla finestra non si vede niente ma si sentono urla e rumori di rissa!
[18:01, 24/09/2025] Anna: Amore mi sto preoccupando! Puoi rispondere? Qua gli infermieri sembrano tutti agitati e inizio ad avere paura.
Non c’erano altri messaggi, ultimo accesso di Anna alle 18:05.
Si alzò da terra e andò verso la porta; appoggiò la mano con fare deciso sulla chiave per aprirla ma non fece nulla. Fissava la porta con occhi vitrei.
«No.»
Il tono di Nico era sommesso.
«No, no, no.»
Ora la voce era agitata, infantile.
«Non ce la faccio.»
La supplica di un codardo che sa di esserlo.
[18:14, 24/09/2025] Nico: Stai bene? Sei ancora in sala d’attesa?
Una singola spunta grigia: inviato ma non consegnato.
Iniziò a girare per la stanza a passi corti e rapidi. I capelli sudati gli si infilavano negli occhi: si passò la mano nella chioma, per poi tirarla con forza.
«Fai schifo.»
Uno schiaffo in viso.
E un altro.
E un altro ancora.
«Avanti il prossimo!»
La mano si fermò a mezz’aria mentre una voce irregolare risuonava al di là della porta: aveva fatto rumore, troppo rumore.
Appoggiò la spalla alla porta e le mani sulla maniglia, per tenerla ferma. Nico cercava di rallentare il respiro ma non ci riusciva, un rivolo di sudore freddo gli colava sul mento.
Qualcosa cercò di aprire la porta ma Nico tenne la maniglia ferma.
«Avanti… Il prossimo…»
Dopo un paio di tentativi la voce iniziò ad allontanarsi.
«… prossimo…»
Doveva andare via da lì. Cercò nella stanza qualcosa con cui difendersi e la scelta ricadde su un manico di scopa a cui svitò la spazzola… Poco efficace, ma meglio di niente.
Il piano era aprire la porta e correre fuori verso l’uscita, dall’altra parte rispetto alla voce che si era diretta a destra verso l’interno.
Era pronto.
Prese un lungo respiro e spalancò la porta.
Però questa non si aprì: la serratura chiusa a chiave glielo impediva. Il fracasso della porta che rimbalzava sulla cornice fu come uno starnuto in chiesa. Voci si alzarono da direzioni diverse.
«Cazzo, cazzo, CAZZO!»
Girò la chiave, il piano andato a farsi fottere, e uscì in corridoio. La porzione visibile dell’ingresso era piena di persone e Nico la ignorò, girandosi verso destra e lanciandosi in avanti. A qualche metro un infermiere stava fermo davanti a una porta aperta, fissando l’interno della stanza mentre parlava molto piano:
«Avanti… Il prossimo…»
Nico aumentò la velocità e l'impatto della sua spalla contro il fianco dell’uomo fu molto doloroso. Quest’ultimo, preso alla sprovvista, volò a terra senza emettere alcun verso. Nico riuscì a restare in piedi e poté vedere l’interno della stanza.
Non avrebbe voluto poterlo fare.
Una montagna di cadaveri troneggiava in un angolo della stanza. Uomini, donne e bambini accatastati come legna da ardere; sangue e fluidi si raccoglievano sul pavimento laccato. Un altro infermiere osservava quell’incubo con espressione neutra, come se fosse la cosa più noiosa al mondo.
Nico riprese la sua corsa: l’uomo caduto si avvicinava strisciando, bloccandogli il passaggio. Servì un colpo deciso di manico di scopa alla testa per riuscire a superarlo. In fondo al corridoio una curva a 90 gradi lo costrinse a girare a sinistra. Una porta aperta dalla parte opposta lasciava intravedere la nebbia all’esterno.
Rumori di passi alle sue spalle tolsero ogni dubbio a Nico, che si lanciò verso l’uscita. L’umidità gli riempì i polmoni appena varcò la soglia. Non ebbe modo di capire dove si trovava: mani lo presero da ogni direzione, bloccandolo.
«No! Fermi! Lasciatemi!»
Le morse che lo tenevano fermo si allentarono e una voce con marcato accento napoletano recitò:
«Ok, questo è normale! Caruso, caricalo con gli altri!»
Tre carabinieri circondavano Nico, mentre altri due sprangavano la porta alle sue spalle.
Il più giovane si avvicinò e gli parlò con voce gentile.
«Tranquillo, è tutto a posto. Stiamo raccogliendo quelli non impazziti per portarli via da qui. Ti accompagno al furgone.»
Prese Nico per un braccio e lo condusse verso la strada, dove un rumore di motore acceso si sentiva in lontananza. Il murales era ancora nascosto, peccato. Avrebbe tanto voluto vederlo.
«Sei stato fortunato sai? Un sacco di persone sono impazzite! Ringrazia che eravamo qui ad accompagnare un detenuto!»
Arrivato al retro del furgone batté tre volte e le porte si aprirono dall’interno.
Volti spaventati fissarono Nico mentre saliva e prendeva posto.
Le porte si chiusero e l'interno del furgone piombò nella penombra. Da davanti una voce sbrigativa disse:
«Ancora qualche minuto e poi partiamo.»
Un vecchio seduto di fianco a Nico gli fece un cenno e in un tentativo di conversazione chiese:
«Piacere, sono Antonio. Tu chi sei?»
«Nicola, molto piacere.»
«Spero che ce ne andiamo in fretta! Tu eri qui con qualcuno?»
Nico guardava il cellulare e quel segno di spunta grigio.
«No. Sono solo.»
Contenuti forti
Questo racconto può contenere violenza, sessualità o temi sensibili (es. suicidio). Continua solo se hai almeno 18 anni.
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