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Una mattina come tante

Scritto daFrancesco Zampieri
Lettura5 min
Pubblicato23 ottobre 2026
Scritto2 marzo 2026
#amore#quotidiano#cura
Una mattina come tanteSguardi distanti
ne restano ~5 min

La sveglia suona, bucando il silenzio mattutino con l’intensità di un palloncino che scoppia in una chiesa. La blocco subito e guardo alla mia destra: lei sta ancora dormendo, ottimo.

Mi alzo senza far rumore ed esco dalla stanza. I cardini della porta devono essere oliati e giustamente si lamentano, tentando di far fallire la mia missione odierna con uno scricchiolio acuto. Le mie precauzioni si dimostrano inutili, lei dorme beata incurante di tutto. Avvolta nelle coperte, solo il viso fa capolino come una marmotta curiosa. Sorrido dolcemente, vorrei tornare a letto con lei ma c’è da fare.

La osservo comunque per qualche minuto, ascoltando il suo respiro lento e regolare, rapito dal suo essere quello che non ho mai pensato di meritare.

Vado verso la cucina, bagnata dal sole mattutino. Il sole splende sulla finestra e le fronde sembrano salutare il re che si accinge a scendere in battaglia. Perché questo è il mio regno, fornelli come castelli e ingredienti come fanti.

Comincio a predisporre le truppe sul campo di battaglia:

Caffè in prima linea per una partenza decisa.

Uova, pane in cassetta, burro, latte, zucchero e cannella come colonna portante dello schieramento.

Sui lati supporto da marmellata fatta in casa e Nutella che non guasta mai.

Intreccio le mani e faccio schioccare le dita.

Siamo pronti all’attacco.

I gusci delle prime uova si infrangono con gesti precisi ma ancora assonnati, riversandosi parzialmente nella pirofila insieme ad albume e tuorlo. Meglio fermarsi un attimo per raccogliere la concentrazione. Esco sul balcone e la brezza di fine inverno corre sugli avambracci nudi ed entra dalle corte maniche, svegliando il corpo e la mente. Un rapido tiro di sigaretta e la consueta ondata della nicotina che ritorna nel corpo dopo la notte di sonno. Il cielo è limpido e senza nuvole, tagliato in due dalla traccia di un aereo.

Dopo qualche altro tiro ritorno sul campo. Le uova stavolta si rompono precise e inizio a sbatterle dolcemente. Nessun tintinnio mentre cerco di fare più silenzio possibile, mentre albume e tuorlo si mescolano con naturalezza. Un mulinello dolce e tranquillo si prepara ad accogliere una punta di latte, poco alla volta. Non serve la fretta, mi prendo il mio tempo.

Quando la consistenza è quella che desidero aggiungo zucchero e cannella. Non è quella fresca in stecche ma va bene così. Dopo l’ultima mescolata lascio riposare il tutto senza coprire la ciotola, d’altronde non fa ancora caldo: gli insetti non sono ancora il fastidio che li contraddistingue.

Ora la parte più delicata, che rischia di mandare a monte tutte le accortezze che finora ho rispettato: recuperare la pentola.

Apro il cassetto sotto i fornelli con l’attenzione di un ladro che si appresta a scassinare una cassaforte. Mi serve la pentola nera, non perché sia la migliore ma perché è la meno rovinata e ovviamente è sotto tutte le altre, posizionate in un monumento postmoderno di caos organizzativo.

Un movimento verso sinistra, uno verso destra.

I primi ostacoli vengono tolti di mezzo.

Un movimento in alto, uno in basso.

La confezione del burro deve avermi unto le dita, o almeno è quello che scelgo di credere. Un pentolino fugge dalla mia presa, cadendo di schianto per terra. Rimango fermo, in ascolto.

Nessun rumore, nessuna conseguenza… Ottimo.

Recupero la pentola che cercavo e la metto sul fornello ma non mi arrischio a rimettere via quelle che ho tolto, attenderanno tranquille sul mobile della cucina.

Preparo la tavola in modo frugale, aprendo i barattoli di marmellata e di Nutella. Rimango qualche minuto con i cucchiaini in mano a chiedermi quale sia la presentazione migliore. Nel barattolo hanno un aspetto più accattivante ma se poi nessuno usasse proprio quella? Sarebbe uno spreco… Appoggio i cucchiaini di fianco ai barattoli.

La macchinetta del caffè rilascia un dolce ronzio quando la accendo. Predispongo la cialda della qualità che preferisco e le tazzine. Tutto pronto, tutto organizzato.

È il momento di andare in scena.

Accendo il fuoco sotto la pentola e la faccio diventare ben calda mentre taglio il burro a cubetti.

Estraggo il pane in cassetta e preparo le fette, posizionandole a destra della ciotola. Una catena di montaggio ben imburrata, penso sorridendo.

Vado a socchiudere la porta della camera: non abbastanza da far passare troppi rumori ma abbastanza per quello che ho in mente.

Prendo i cubetti di burro e come una strega che mescola il suo calderone li faccio cadere in pentola, accompagnati da un profumo dolce quanto il suono che producono. Ora il tempo non è più un fattore opzionale.

Tuffo il pane nel composto una fetta alla volta con fare deciso. Prima un lato, poi l’altro, segue una scrollata e via in pentola. Quando quattro fette sono adagiate nel loro letto rovente faccio partire la macchina del caffè per la prima tazza.

Il profumo dello zucchero che caramella riempie la stanza mentre la prima tazzina è sul tavolo. Con una spatola giro il pane, rivelando una crosta profumata ma non bruciata. Il secondo caffè, più lungo, sta già uscendo.

Ci sono movimenti che vengono dalla stanza da letto. L’olfatto è uno dei sensi che non spegniamo mai del resto e su questo contavo.

Pochi movimenti ma fatti bene. Con una mano reggo la pentola, che nonostante la presina inizia a scottarmi le dita, con l’altra predispongo due fette per piatto.

Il mio caffè fa appena in tempo a raggiungere il tavolo quando lei entra in cucina: vestita con un pigiama blu vellutato, occhi assonnati che cercano di individuarmi dietro le lenti degli occhiali e l’aria di chi non è ancora davvero sveglio.

Guarda il tavolo con la colazione e chiede semplicemente: «E tutto questo?»

«Niente di che, dai siediti a mangiare che si raffredda».

Si accomoda al tavolo e lo faccio anch’io, conscio di stare davvero dove voglio essere adesso e dove vorrò stare domani.

Con lei.

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