Minaccia d'affetto
Le lenzuola lilla si dipanano stropicciate come una mappa geografica, con valli e monti di tessuto. La sera è calda e umida. Il condizionatore è spento, in un ottimistico tentativo di sopravvivere alla nottata. Una mano fresca e delicata mi sfiora il viso, leggera come il tocco di un fiocco di neve. C’è calma e serenità, quella che si sente quando non hai bisogno di fingere.
La stringo un po’ più forte. Non per controllo, non per attirare l’attenzione: un piccolo gesto, per dire «sono qui». Le accarezzo i capelli piano, con ritmo regolare, allineandomi al suo respiro leggero.
La sua voce apre il silenzio della stanza: «Stavo pensando a una cosa... A volte vorrei averti conosciuto prima». Non rispondo subito, prendendomi un secondo per ragionare. È un pensiero che ho fatto anch’io molte volte. Perché ho dovuto aspettare 35 anni per trovarla? Anni di noia, di rassegnazione e di scelte sbagliate. Anni in cui non mi sentivo visto ma tollerato. Perché non sono mai andato nella farmacia sotto casa sua o al bar che frequenta con gli amici? Potevo avere questo in anticipo… Un moto di rabbia mi scuote. Non con lei né con me, ma verso l’ingiustizia che mi sento di aver subito.
«Allora…»
La sua risata ferma il mio tipico intercalare di inizio discorso, che solitamente precede uno dei miei temuti spiegoni.
«Lasciami spiegare. Vorrei averti conosciuto prima, ma sono anche convinta che i tempi non fossero giusti. Dovevamo passare quello che abbiamo passato per essere qui ora.»
Chi ero io 10 anni fa? Un ragazzo votato all’autodistruzione, che non voleva pensare a un futuro che neanche voleva. Un castello di carte pronto a crollare al primo scossone. È vero, il me di allora non era pronto. Per un istante mi ritrovo a essere grato per le cose che ho dovuto affrontare, poi, altrettanto in fretta, provo disgusto al pensiero.
No, io non sono chi sono grazie alle disavventure che il caso mi ha messo davanti, sono chi sono nonostante questo. Sarebbe facile provare gratitudine, cercando un significato più alto o una qualche forma di destino nel groviglio di eventi che mi hanno portato qui, ma non sarebbe giusto. Non sarò mai riconoscente a un passato che mi ferisce ricordare, ma quella casualità che ci ha fatto incontrare… Sì, a lei devo molto.
«Ora siamo qui… Almeno altri 35 anni da passare insieme.»
Vedo i suoi occhi cercare i miei nel buio della stanza: «Cos’è questa, una minaccia d’affetto?»
Rido alla sua risposta, mentre la stringo ancora un po’. La sua gamba si accavalla alla mia, le nostre pelli a contatto.
«Forse sì, forse no…»
I nostri respiri rallentano mentre ci lasciamo andare al sonno di una calda sera d’estate.
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