Nascosto nella zona industriale della città, il locale è lo stereotipo reincarnato del sushi all you can eat.
Cucina giapponese preparata da cuochi coreani, dove emerge un abile uso dell’umami per assicurarsi che la sete salga ad ogni boccone. Esperti di cibo degni di Masterchef annegano nella soia anche il tovagliolo, cercando l’inquadratura migliore per una storia.
E poi ci sono gli sguardi.
Quegli sguardi di chi si sente cosmopolita impugnando le bacchette ma che cambia strada quando incontra un africano.
Chi decidesse di osservare i piccoli dettagli dei commensali si troverebbe uno spettacolo adorabile. La nonna che ha accompagnato i nipoti e che deve chiedere le posate perché le bacchette non le sa usare. Il ragazzo che cerca di accontentare la compagna anche se avrebbe preferito una pizza. Compagnie di amiche dove almeno un paio hanno lo sguardo di chi non può permettersi quella cena. Quante cose stupide si fanno per chi si ama.
A un tavolo un ragazzo bardato con una maglietta di Demon Slayer spiega con tono saputo che il Nigiri non va immerso nella salsa di soia, che solo il pesce andrebbe bagnato leggermente. Il resto della giovane tavolata si divide tra sguardi insofferenti e di finta curiosità. Si nota l’imbarazzo di chi sente questi discorsi, la vergogna di chi ricorda di averli fatti.
La cameriera, difficile dire se latina o araba, dirige la squadra di giovanotti con un tono marziale che la rende quasi paurosa, almeno finché non ci si parla. I grandi occhi scuri sono pieni di gentilezza e fa sempre una chiacchiera di circostanza quando si paga il conto. Sguardi furtivi testimoniano un cameriere italiano prendere ordini dalla caposala straniera. Non sanno perché lo notano, ma lo fanno. E non avrebbero dovuto.
Un ragazzino si dirige verso il bagno, con le mani in tasca. Si guarda intorno rapidamente, cercando di mascherare il bozzo nei pantaloni che nulla ha a che fare con la libido. La mossa del riso nel gabinetto, chi non l’ha fatta? Si ordina fino a scoppiare per far valere i soldi del conto, altrimenti “abbiamo speso troppo”. Accontentarsi non esiste: se non si frega qualcuno, la notte non si dorme.
«Vuoi dei Takoyaki?»
Guardo il piatto di polpette di polipo sul menù, valutando se ci starà.
«Certo!»
Sistemo il listino in piedi sul tavolo, per segnalare al cameriere che vogliamo ordinare ancora.
«Ma tu lo sai come la fanno la salsa di soia?»
La mia compagna si ferma per riflettere.
«No, non credo almeno.»
«Allora…»
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