Non ci sono rumori nel bar.
Tavoli che si rompono, sedie che si rovesciano, le urla stridenti e il rumore dei miei amici che cadono sul pavimento… Tutto è spento, fermo. Vedo cosa sta succedendo ma non riesco ad accettarlo, non riesco a fare nulla. Le mie reazioni sono immerse in un sonno denso, che osservo con occhi spenti.
Qualcuno, o qualcosa, viene verso di me, grondando sangue. La ressa che si è scatenata non mi permette di vedere bene. Rosso. L’unico colore che conta, ora.
Qualcosa di molle e caldo mi sbatte sul viso, riportando i suoni nella stanza. Liquidi mi colano sulle guance, l’odore nauseabondo mi invade il naso. Finalmente grido, talmente forte da ferirmi la gola. Mi getto carponi, cercando riparo sotto uno dei pochi tavoli ancora interi. Gambe si muovono in ogni direzione, come formiche impazzite. Un ragazzo nascosto da una pila di cappotti mi osserva dall’altro lato del mio nascondiglio. Sembra non preoccuparsi della situazione. Gli faccio un cenno frenetico, per attirare la sua attenzione… Nessuna risposta. Qualcosa urta il tavolo e la testa mi rotola davanti con grazia. Osservo quell’espressione ferma nel tempo. Sento la bile salire, e in pochi secondi quel che resta del ragazzo è coperto dai fritti che ho avuto per cena.
Tonfi profondi seguono grida sguaiate. Mi guardo attorno, cercando un luogo sicuro. La porta d’ingresso sembra essere il punto peggiore, da dove mi trovo quasi non riesco più a vederla, nascosta da pile di cadaveri mutilati. Striscio fuori dal tavolo, in direzione della cucina.
Sono a metà strada quando un dolore mi attraversa la gamba destra. Strisciare su vetri rotti non è il massimo, ma meglio che farsi massacrare. Le porte a doppia anta si spalancano quando mi ci lancio contro.
La cucina è deserta e senza troppe cerimonie mi nascondo dietro un piano di lavoro. Le urla proseguono per minuti troppo lunghi, per poi cessare all’improvviso.
L’unico suono che sento è il mio respiro, che ancora non è riuscito a rallentare.
«Qui è tutto al sicuro, c’è qualcuno vivo?»
La voce di una ragazza arriva dal bar.
Cercando di non far rumore, allungo la mano e stacco una mannaia dalla calamita che la teneva appesa.
«Sappiamo che sei lì, per cortesia potresti uscire?»
«Chi sei? Chi c’è lì con te?»
«Noi siamo noi, che domanda stupida. Non c’è nessun altro, ci siamo solo noi qui.»
Sento la voce avvicinarsi alla porta, sempre più intensa.
«Non vogliamo sembrare maleducati, ma siamo costretti a insistere. Vieni fuori per piacere, il bar sta chiudendo! Non possiamo chiudere se ci sono ancora clienti!»
«Io non faccio proprio un cazzo di niente! Hai visto tutte quelle persone morte? Che vada a fanculo il bar, chiamiamo i carabinieri, la polizia, un’ambulanza!»
«Signore, la prego di non alzare la voce con noi.»
«Ma sei stupida? Chiama i carabinieri!»
Per un secondo non si sente niente.
Poi una raffica di colpi fa tremare le porte della cucina. L’intonaco attorno si crepa e si sbriciola sul pavimento e i vetri esplodono. La voce raggiunge un volume talmente alto che le orecchie fanno male.
«NOI TI SQUARTEREMO IL FEGATO, FAREMO A PEZZI IL TUO CERVELLO E TI DIVOREREMO IL CAZZO MENTRE BALLIAMO SUL TUO CADAVERE.»
I colpi non cessano. La voce sembra muoversi sul telaio della porta, come se cercasse il punto più vicino a me.
Poi arriva la quiete.
«Ci scusi, abbiamo perso il controllo per un attimo. La colpa è anche sua, però: le avevamo detto di non alzare la voce.»
«Perché fate questo? Io voglio solo andare a casa.»
«Questo non crediamo sia possibile, ormai. Dovevi pensarci prima.»
«Prima di cosa? Io non ho fatto niente! NIENTE!»
La cucina ha un’uscita sul retro, ma è chiusa a chiave. Provo a prendere a spallate la porta. Non cede.
«Esatto. Non hai fatto niente.»
Osservo la porta oltre la quale la voce mi parla. Oltre alle finestre rotte, solo buio.
«L’educazione sembra non appartenervi, neanche quando vi si porta rispetto e vi si chiedono le cose con cortesia.»
Forse una delle finestre a bocca di lupo può aprirsi quel tanto da lasciarmi scappare.
«Ci ignorate, ci trattate con sufficienza e arroganza.»
La finestra non cede, sembra incollata, un tutt’uno col muro.
La voce improvvisamente mi sussurra nell’orecchio, a pochi centimetri da me.
«Ma noi esistiamo.»
La cucina si gira al contrario, mentre per un singolo secondo vedo il mio corpo senza testa.
«Grazie di aver passato la serata con noi, torni a trovarci.»