La zona grigia

All’ombra di me stesso

Scritto daFrancesco Zampieri
Revisionato daGaia Corradino
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Una penna d’oca e un calamaio nero, che sanguina inchiostro sul tavolo. Questi sono i miei compagni oggi, gli unici che dovrebbero capirmi e invece stanno lì a fissarmi, giudicanti.

Un pesce che non sa nuotare ha motivo di esistere? Un re senza regno ha un senso? Se questa è la realtà, a cosa serve uno scrittore che non scrive?

A volte mi sembra di non avere niente da dire. Che io abbia bisogno di star male per dire qualcosa? La scrittura fa stare meglio, poi arriva il vuoto di non aver nulla da scrivere. Di essere uno come gli altri, chiuso nella sua vita monotona. Quanto sono arrogante.

Devo quindi essere felice di non scrivere?

Anelo la tristezza, perché con essa trovo le parole che altrimenti mi sfuggono. Desiderare questo sentimento per avere qualcosa da dire non è ironico? Perché non accetto la mia felicità senza scrittura? Sarebbe più facile…

Sì, da dire è facile e logicamente è la cosa giusta, ma la mente non sa quello che vuole. Sento il bisogno di scrivere, non per star meglio ma per dare il mio contributo; a chi o cosa, non lo so nemmeno io.

Guardo con amarezza la pila di pergamene accartocciate, monumento al mio fallimento. Come le montagne della mia infanzia, osservando bene, si possono cogliere gli strati del mio essere.

La base è di fogli appallottolati con cura, compressi e solidi: l’inizio di ogni sessione di scrittura, in cui i tentativi a vuoto li vivo quasi con gioia ingenua, cercando la strada nei miei pensieri.

Poi cominciano cartacce chiuse alla bell’e meglio, instabili, erratiche. La consapevolezza di essere vuoto e senza una voce provoca rabbia, o forse ancora solo fastidio, a questo punto.

La cima è autoesplicativa: fogli strappati, rotti in piccoli pezzi infami. Mi parlano con tono saccente, e la loro voce è chiara: non vali niente.

Vorrei essere diverso, vorrei non dover aver bisogno di dire qualcosa. E per chi, poi?

Riprendo in mano la penna, nuova fiammante — come se potesse aiutarmi a trovare una direzione — e mi costringo a scrivere. Frasi a caso, senza senso, banali e ridondanti. Spezzo la penna in due e la getto nel fuoco del camino.

Vado alla finestra e osservo le strade buie del porto. Sento risate di amanti e imprecazioni di marinai. Il labbro mi si solleva dalla rabbia. Con che coraggio sono felici? Perché il mondo non sta male come me? Perché devo essere sempre io quello fuori posto?

Dopo qualche minuto mi calmo, pieno di vergogna. Non è colpa loro, mi ripeto, ma tua.

Perché deve avere tutto un senso? Forse non serve capire perché ho bisogno di scrivere; forse non serve sapere perché devo immergermi nell’abisso per poterne parlare.

Forse sono solo umano.

Torno al tavolo, prendo una nuova penna e scrivo, rassegnato ma felice.

Scrivo questa storia.

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