La zona grigia

Quel che resta

Scritto daFrancesco Zampieri
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Echi di voci dimenticate restano in silenzio nella grigia bruma, ed ogni respiro tuona come lo schiocco di una frusta nella malsana immobilità che si espande attorno a me.

Alti pilastri neri deridono la mia insignificanza, uscendo dal terreno e perdendosi nella nebbia: sono alberi? Colonne d'un tempio dimenticato di un dio beffardo?

Avanzo su una timida parvenza di sentiero, se così si può definire. Una volta dentro alla nebbia, non esiste una direzione, esisti solo tu e quel poco che i tuoi sensi credono di capire.

Sento su di me sguardi a cui non riesco a dare un volto, qualcosa o qualcuno mi sta osservando. Sembra che sappia che lo sto cercando, sempre fuori di qualche passo da quello che posso vedere o percepire.

Le mani cercano una guida sulla roccia umida, speranzose, come se il toccare qualcosa mi ricordasse che non è un sogno ma realtà: quella che vedo, che sento, che mi fa rabbrividire il collo.

Il muschio verdastro brilla nel pallore che mi avvolge, deridendomi. Sono occhi quei punti che percepisco in mezzo ai rami molli?

E se fosse meglio non vedere? Se l’entità che mi segue da quando mi sono smarrito nella nebbia fosse talmente al di là della mia comprensione che il solo vederla mi getterebbe nella follia?

Avanzo incerto, mi sembra di scorgere una figura ai piedi di una roccia ma è solo un rivolo di nebbia che svanisce nel tutto che è quel grigiore mortale.

E se fossi solo? Se non ci fosse nessuno nascosto nel margine della foresta? Ma quella sensazione di essere guardato non se ne va.

Cerco e rifuggo quella sensazione, indeciso. Voglio essere solo o voglio che qualcuno sia qui con me, non visto in questa foresta oscura? Preda e cacciatore, entrambi in silenzio, timorosi di fare un rumore rivelatore. Ma chi sono io dei due?

Da quanto sono qui? Il tempo qui è un concetto e nulla più. Giorno e notte non significano niente, ricordi passati di un mondo di sfumature, ora spianate nel grigio.

E quella sensazione è sempre lì, come Lui, che mi osserva attento.

Un rumore alle mie spalle e il corpo si tende, scattando in avanti. Erano passi? Non voglio saperlo.

Corro a più non posso, evitando di guardarmi indietro. Per paura di essere solo o di non esserlo, ancora non lo so.

Qualcosa mi afferra e cerca di tirarmi a terra, mi divincolo come un animale preso in una tagliola. La giacca si strappa e mi libero da quella morsa.

Le storie che mi raccontavano da piccolo, una volta fonte di distrazione e di curiosità, ora sono spilli che bucano la mia mente, sovrapponendo fantasie distorte nel mio terrore.

Sono rocce o creature in agguato quelle? Che sia un ramo secco o un serpente che si finge morto in attesa che io mi avvicini?

Chiudo gli occhi e il giovane che una volta ero si convince che niente può toccarmi se non lo vedo. L’aria umida mi opprime i polmoni e qualcosa mi graffia il viso.

Corro, come se la mia vita dipendesse da questo. Le gambe bruciano, doloranti mentre il sapore metallico del sangue mi scuote, ricordandomi che sono ancora vivo.

Corro e non so per quanto, senza una meta, senza sapere dove vado. Che mi sia perso? Come posso essermi perso se non ho un posto dove andare?

Incespico e cado a terra, rassegnato. Se la nebbia mi vuole che mi prenda, il mio corpo non mi risponde più.

Passano i minuti ma nulla accade.

Ho accettato il mio destino? O temo solo di aprire gli occhi e trovarlo accanto a me?

Il nero con cui ho coperto il grigio si tinge di rosso vivo.

Un calore tenue mi sfiora il viso, un respiro caldo, troppo vicino.

Resto immobile, schiavo di un terrore che risiede nell’animo di ogni creatura vivente, che accetta la fine con finta dignità.

Ma nulla accade.

Il calore è piacevole, il mio corpo sembra rinvigorirsi.

Sono fuori.

Apro gli occhi e…

Bianco.

Un bianco accecante, mutevole e indefinito si staglia in ogni direzione a perdita d’occhio. Rivoli di nebbia compongono spirali che salgono e scendono, mossi dalla leggera brezza di metà giornata, catturando momentaneamente lo sguardo per poi rituffarsi in quel mare di nebbia tornando parte del tutto, come se non fossero mai esistiti.

La superficie di questo mare non è liscia: in prossimità della superficie la nebbia si fa meno densa e questo dà al tutto un aspetto ovattato, incerto, quasi mistico. Niente si muove eppure niente è davvero immobile. Non ci sono nuvole nel cielo limpido e nessun volo d’animale interrompe il paesaggio omogeneo, in eterna ripetizione.

Ne sono uscito.

Mi allontano verso il paese in vista in cima alla collina, con passo svelto e speranzoso, voltandomi per un istante verso quel bianco inferno.

Ne sono uscito?

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