Alice
Casa ormai è inghiottita dalla Nebbia e non si vede più.
Il bosco di pini è troppo silenzioso.
Mi fermo per riprendere fiato e guardo la ripida salita che mi si para davanti. Potrei andare a sinistra evitando il dislivello verso contrada Poggio o continuare dritta verso l’alto e il paese… Sono provata e la contrada sarebbe la scelta più semplice, ma andare in centro forse è la cosa migliore. Troverei più persone che possano aiutarmi.
Smettila di perdere tempo, decidi.
Sistemo gli occhiali e parto decisa verso la scarpata davanti a me. La salita in mezzo a territori raramente percorsi da persone non è facile e prosegue lenta. Ogni pochi metri ci sono rovi da aggirare o massi da scalare, mentre uso rami e tronchi come appoggi di fortuna.
Non vorrei fare tutto questo rumore ma non posso evitarlo. Ogni ramo rotto o mucchio di foglie pestato sembra risuonare come uno sparo del fucile di papà nel silenzio di tomba che mi circonda.
Da quanto tempo sono qui? Estraggo lo smartphone dalla tasca e guardo lo schermo rotto e senza vita… L’orologio che voleva darmi la nonna non sembra più così “inutile” ora, vero? I polpacci cominciano a bruciare per lo sforzo; riprendi fiato, riposati per qualche minuto. Si intravede la strada più in alto, posso concedermi un attimo. Un masso coperto di muschio verde splendente sembra un buon posto dove sedersi. Mi appoggio su quel cuscino vegetale improvvisato e le gambe si rilassano immediatamente.
Gli alberi smettono di farmi paura e tornano a farmi compagnia, come hanno sempre fatto. Mi piace, o almeno mi piaceva, il bosco dietro casa… Per un momento torno a godermelo come una volta, nonostante la Nebbia.
CRACK.
Cos’è? Da dove viene?
Il suono riecheggia ancora tra i pini mentre il mio sguardo impazzito saetta da un punto all’altro attorno a me.
Gli alberi sono fermi.
I rami sono fermi.
Io sono ferma.
Tutto è fermo.
Forse un ramo secco ha scelto il momento peggiore per rompersi o qualche animale ha ben pensato di farmi prendere un colpo. Un minuto passa senza che niente succeda e infine mi rialzo con ritrovata tranquillità.
Non fidarti, non puoi più permettertelo.
Sì, non posso fidarmi di niente ormai. Mi sono fidata di lui e tutto è andato male.
Il rumore veniva da sinistra, ne sono quasi certa, e concentro sguardo e udito in quella direzione.
A passi lenti e attenti riprendo il percorso verso la strada. Gli occhi lacrimano ma non rischio neanche di sbattere le palpebre. Proseguo così per qualche metro, finché non calpesto qualcosa che mi fa abbassare lo sguardo.
Radici e fogliame risplendono di un intenso color ruggine. Sembra una ragnatela ma più spessa e appiccicosa e il piede fatica a staccarsi. Cos’è? Non ho mai visto una cosa del genere in questi boschi.
TUM TUM TUM TUM TUM TUM.
Passi pesanti e veloci si stanno avvicinando a me.
Corri.
Non guardo neanche cosa sta arrivando, ignoro il dolore ai muscoli e parto con tutta l’energia che riesco a trovare, e forse anche qualcosa in più.
È dietro di me, mi sta seguendo.
No, no, no.
Ormai la strada è quasi davanti a me, puoi farcela.
Devi farcela.
I passi sono sempre più vicini e lacrime iniziano a bagnarmi il viso. Un pianto isterico che non riesco a fermare.
«Lasciami stare!»
Le parole echeggiano tra i pini ma non hanno alcun effetto sulla cosa che mi sta inseguendo, che prosegue imperterrita. È vicina, troppo vicina. Sento il suo respiro ormai, stranamente calmo e regolare.
Un ultimo dislivello e finalmente raggiungo l’asfalto. Posso farcela ora, rami e sterpaglie mi rallentavano ma su un terreno libero posso essere più veloce.
Una mano che mi afferra la spalla, due punti luminosi, un rumore di frenata, una macchia rossa. Un boato e odore di olio per motori. Tutto si fonde in un lungo, terribile momento.
La strada non è sicura. Il bosco non è sicuro. Casa mia non è sicura.
Non ce la faccio, non posso.
Mi ritrovo al limitare del bosco, rivolta verso l’incidente che ho causato. Inizia a mancarmi l’aria e le braccia si intorpidiscono. Gli occhi tremano ma è come se qualcosa mi obbligasse a tenerli aperti. Non riesco a muovermi, non riesco a pensare. Sono congelata qui, ferma.
Non piangere.
Però lo faccio.
Un movimento in strada cattura la mia attenzione, qualcuno sta arrivando.
O forse qualcosa sta arrivando.
Corri.
Non voglio farlo, ma non ho più controllo sul mio corpo, va per conto suo. Il cuore batte forte, troppo forte, fa male.
Corro fino a non reggerlo più e crollo a terra. L’odore di terra e foglie mi riempie il naso e la diga crolla. Urlo e urlo ancora, non smetto neanche quando la gola inizia a fare male.
Non posso, non riesco, NON POSSO!
Un frullio di ali sopra di me si alterna a versi di rabbia.
Un piccolo cardellino sta saltellando intorno al suo nido. Quella strana sostanza arancione ha risalito il tronco e sembra tentare di estendersi fino alla piccola casa del volatile. Questo continua a strappare pezzi e a gettarli a terra, con scarso successo. Uno sforzo inutile a quanto pare, ma l’animale non si dà per vinto.
Difende ciò che è suo. Difende la famiglia.
Le lacrime si fermano e il cuore rallenta.
Mamma, sto tornando a casa.