Entro nella stanza che occupo da diversi giorni, poso la lanterna sul tavolo e mi guardo intorno. La mia ombra mi danza alle spalle, esagerata nella luce tremante.
Il camino è quasi spento, ma con la dovuta pazienza scopro le braci che sotto il grigio ancora pulsano, sopite. Aggiungo legna fina, poi sempre più grande man mano che la fiamma prende coraggio. Serve il suo tempo e tanto ne prendo, senza forzare il processo.
In poco tempo il fuoco scoppietta allegro, inondando la stanza. L’ombra non balla più.
Mi avvicino allo scrittoio soppesando ogni passo senza fretta, prendendo posto sulla sedia con la mente placida. La mia penna mi osserva, timida… Sei pronto?
Sorrido tranquillo: la punta della piuma inizia il suo concerto, un movimento di musica, suoni e parole.
Scrivere quando non si è tristi è una cosa che non faccio mai. Forse perché sento di non aver niente da dire se non parlo dei miei problemi. Scrivo per me stesso, questo è vero, ma continuo a voler dare un perché alle mie parole.
Spesso ritengo che la mia felicità non interessi; sento invece che la mia malinconia possa fare stare meglio gli altri, quasi come gli portassi della catarsi. E se non posso fare questo, allora che sto facendo? A chi interessa sapere che sto meglio, che la voragine che avevo dentro ora è ancora lì, ma la guardo da fuori e non più dal fondo?
Comunicare che la vita a volte può andare meglio… una banalità che nessuno racconta. Una ballata senza eroi, in cui il drago non viene sconfitto ma si siede a dialogare col cavaliere: chi la leggerebbe?
Un palco vuoto per una voce che si ostina a parlare, anche se nessuno la sente.
È felicità? Una sensazione così estranea che forse neanche la riconoscerei. Una spina tolta dalla mano non crea benessere, ma assenza di dolore… E forse basta questo ora.
In una vita sinuosa come il movimento di un serpente, non serve pendere dalla parte giusta, ma trovarsi bene nel mezzo. Quiete: quella quiete che ti fa chiudere gli occhi senza pensieri, ma che è anche consapevole di quanto sia bello riaprirli al mattino.
La voce che mi urlava con rabbia, che mi sussurrava malignità, che rideva di me… è ancora lì.
Forse anche lei voleva essere ascoltata? Rifuggiamo ciò che siamo, cercando un perché, un motivo, uno schema nelle cose. Pace, forse, è accettare e smettere di cercare un senso, godendo del fatto che il senso sono io.
Un palco per una voce che vuole parlare con sé stesso, e tanto basta.
Esiste un mondo dentro la nebbia: cupo, oscuro e rarefatto, dove tutto è incerto e non si vedono i propri passi, dove il passato è grigio e il futuro incerto.
Esiste un mondo sopra la nebbia: caldo, tranquillo e luminoso, dove tutto è chiaro e i sentieri che abbiamo percorso li vediamo com’erano, come sono e come saranno.
Io non voglio nessuno dei due, rimanendo nel mezzo. Quel che era non è del tutto riconoscibile e forse la mia destinazione è ancora uno sbuffo effimero che sparirà nel marasma… Però lo vedo.
Un fiore è così bello perché sappiamo che appassirà… questo non ruba niente dalla gioia di guardarlo.
Forse il drago un giorno mi azzannerà o mi brucerà vivo, ma per ora mi godo la conversazione, seduti come vecchi amici sul limitare di quella voragine, che ora sembra più una buca nel terreno.
Le voci dalla strada, allegre e disinibite, salgono dolcemente alla mia finestra, bussando timidamente e interrompendo il concerto che sto dirigendo. Vecchie amiche che non sento da tanto tempo… Chissà chi sono. Voglio scoprirlo.
Pulisco la penna con un panno, attento a non danneggiarla o a rovinarne la forma delicata, e la accompagno nel suo astuccio, preparandola per il dovuto riposo.
Mi dirigo alla porta e sono già sulle scale quando mi ricordo. Torno velocemente nella stanza per mettere qualche ciocco di legna nel fuoco prima di uscire: la notte è fredda. Non voglio che il calore fugga via.
Se ti è piaciuto questo racconto, potresti leggere anche:

All’ombra di me stesso
Una penna d’oca e un calamaio nero, che sanguina inchiostro sul tavolo. Questi sono i miei compagni oggi, gli unici che dovrebbero capirmi e invece stanno lì a fissarmi, giudicanti. Un pesce che non…

Tanatosi
Il parco mi osservava dall’altro lato della strada. Cespugli e aiuole, panchine e sentieri… Al sicuro dietro la finestra della mia stanza, scrutavo in cerca di anfratti poco visibili, celati e…

Quel che resta
Echi di voci dimenticate restano in silenzio nella grigia bruma, ed ogni respiro tuona come lo schiocco di una frusta nella malsana immobilità che si espande attorno a me. Alti pilastri neri deridono…