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La Chimera

Scritto daFrancesco Zampieri
Lettura8 min
Pubblicato2 ottobre 2026
Scritto22 maggio 2026
#fantastico#paura#cura#violenza
La ChimeraLa zona grigia
ne restano ~8 min

Il profumo di caffè riempie la stanza illuminata dal sole mattutino; l’aroma intenso sveglia il corpo anche senza bisogno del primo sorso. Sarà una giornata tranquilla, almeno spero. La credenza in legno chiaro mi osserva dubbiosa, chiedendosi se oggi farò colazione. Mi dispiace deluderla, ma appena alzato non riesco a mangiare niente, forse più tardi prenderò qualcosa. Niente lavoro oggi e neanche molto altro da fare in realtà. La mia compagna è impegnata e il resto della famiglia è via per il fine settimana… Un giorno per me, da riempire in qualche modo.

Scendo nel mio ufficio e un brivido mi attraversa il corpo facendomi rischiare di rovesciare il caffè sul pavimento chiaro. Pulirlo sarebbe facile, ma togliere le macchie dalle fughe in cemento sarebbe un problema, meglio stare attenti. Questa vecchia cantina riadattata a covo per i miei lavori è ben isolata e parzialmente sotto il livello del terreno. Sempre fresca: gran comodità d’estate, gran rottura d’inverno. La grande porta d’ingresso a vetri mi mostra un quadro di montagne bagnate dal sole e di cedri del Libano vecchi e stanchi.

Il gatto di famiglia, un soriano grigio e marrone, incede al centro della corte con il suo solito passo svogliato, come se quello fosse il suo regno e noi poveri plebei che devono rendergli onore. Finisco il mio caffè seduto alla scrivania, mentre cerco di decidere come riempire la giornata. Potrei pulire casa, ma il solo pensiero mi scoccia. Un’altra buona alternativa sarebbe andare a fare la spesa, ho il frigorifero quasi vuoto. Tante cose da fare e nessuna voglia di farle.

Con la coda dell’occhio noto il gatto fermo, la coda gonfia e lo sguardo fisso. Sorrido mentre mi dirigo fuori, sicuramente il gatto dei vicini, quel bastardo bicolore, sarà di nuovo venuto a cercare rogne. Il sole mi illumina il viso mentre varco la soglia, quasi a volermi impedire di vedere la stranezza che da dentro l’ufficio non potevo scorgere.

Il corpo sembra quello di un orso, tozzo e robusto, con lunghi artigli sulle zampe pesanti. La testa è quella di un cinghiale, con lunghe e affilate zanne ricurve. La coda una moltitudine di teste di cani da caccia. Se non fossi terrorizzato sarebbe uno spettacolo comico. La creatura è ferma sul limitare del giardino, il respiro pesante riempie l’aria con sibili regolari, spargendo un miasma acido che mi fa lacrimare gli occhi dal disgusto. Ci fissiamo per lunghi minuti, senza che nessuno dei due faccia un singolo movimento. Sarà strano ma è pur sempre un animale, e so di dover evitare gesti bruschi per non rappresentare una minaccia. Con la calma che fatico a mantenere, mi siedo per terra, senza mai staccare gli occhi dalla creatura. Il gatto ha più coraggio, o forse incoscienza, di me e si avvicina a quello strano miscuglio vivente. Osservo terrorizzato, non voglio che succeda qualcosa al mio piccolo amico. La mia preoccupazione, però, è infondata: appena sono abbastanza vicini il felino appoggia la testa con mossa decisa su una delle grandi zampe della creatura e questa finalmente si muove, mentre le teste di cane annusano curiose. Ruvide lingue scompigliano il pelo del Re. Un tonfo segue il goffo sedersi della creatura, che sembra finalmente togliersi il peso della sua stazza di dosso.

Il pelo scuro è striato di grigio, non deve essere più nel fiore degli anni. Macchie di sporcizia purulenta sono visibili un po’ ovunque, a riprova che questa vecchia bestia non riesce più a prendersi cura di sé. Ora che si è seduta noto anche un’incrostazione di sangue sul petto e ritorno vigile. Una creatura ferita è pericolosa, molto più di una sana.

Dovrei aiutarla? Lasciarla così sarebbe sbagliato, non può certo curarsi da sola. Gli artigli e le zanne riflettono il sole, come a volermi ricordare la loro presenza. Potrei scacciarla via spaventandola, o rintanarmi in casa e ignorare la cosa. Risolverebbe il problema, questo è vero… Solo il mio però. La sporcizia e il puzzo che emana non aiutano la causa del buon samaritano. E se poi avessi i sensi di colpa? Posso aiutarla, qui e ora. Forse, anzi sicuramente, non voglio farlo… Ma non importa. Devo farlo, almeno provarci. È egoista pensarla così? Fare la cosa giusta per il motivo sbagliato la rende meno giusta? Non lo so, e non so se voglio saperlo. Ma so cosa devo fare.

Mi alzo lentamente osservando ogni possibile reazione della creatura. Al primo passo nella sua direzione, nulla sembra cambiare. Man mano che chiudo la distanza tra noi un basso ringhio inizia a farsi sentire. Non devo avere fretta, non ora. Torno a sedermi, avendo cura di non mostrare mai i denti e di tenere i polsi esposti come si fa con gli animali quando non vuoi sembrare una minaccia. Non so come ragioni questa creatura, quale parte sia quella in comando, ma meglio trattarla come una bestia feroce da non innervosire. I minuti scorrono tesi e lenti, mentre il ringhio si abbassa poco alla volta e la creatura si abitua alla mia presenza. Il gatto decide che ha di meglio da fare e, con la coda alta, se ne va incurante di tutto.

Cosa mangerà questa cosa? È composta da animali onnivori: il cinghiale preferisce i vegetali, l'orso e il cane la carne. Senza alzarmi retrocedo fino a distanza di sicurezza. Solo allora mi concedo di alzarmi e dirigermi a casa di mia madre. Nella veranda piena di orchidee apro lo sgabuzzino e recupero un sacchetto di crocchette del gatto. Se piacciono a lui, che è delicato come pochi, dovrebbero piacere anche alla vecchia bestia. Con la mano libera raccolgo una delle varie ciotole di metallo fuori dalla porta e torno in giardino. La creatura è ancora lì… Speravo fosse sparita.

Apro il sacchetto e verso il contenuto nella ciotola. Tenendo l’offerta davanti a me, avanzo con metodicità.

Un passo, pausa.

Un altro passo, altra pausa.

Ci vogliono diversi minuti, tra ringhi e sguardi truci, ma riesco ad avvicinarmi a sufficienza. Poso il contenitore e arretro a distanza di sicurezza. La creatura non sembra interessata, anche se dall’aspetto direi che sono giorni che non fa un pasto decente. Guarda il contenuto della ciotola con diffidenza, annusando l’aria con il suo grande naso. Un lampo di intuizione mi colpisce. Scuoto con veemenza il sacchetto e il gatto arriva di gran carriera, miagolando allegro. Metto qualche croccantino a terra e sua maestà non esita a ingozzarsi con la sua solita voracità, rischiando di strozzarsi. Questo sembra mettere la bestia tranquilla, e con una lentezza sofferente si avvicina al cibo e inizia a mangiare, il muso porcino immerso nella ciotola.

Nel mentre ritorno nel mio ufficio, recuperando la cassetta del pronto soccorso. Al ritorno in giardino la creatura ha spazzolato il pasto e sembra più tranquilla, forse è il momento giusto. Mi avvicino e stavolta niente ringhi, solo sguardi indagatori. Non pulirò questa creatura, questo è troppo anche per me, ma almeno medicarla è la cosa da fare. Con la fronte madida di sudore verso del disinfettante sulla ferita e l’animale sussulta, infastidito. Prendo fiato e passo una garza sulla ferita, cercando di pulire l’incrostazione marcia e purulenta. Sembra aver capito cosa sto facendo, o forse non le interessa così tanto, ma l’operazione va a buon fine.

Un sospiro di sollievo fa vibrare i fori del naso della creatura, mentre i cani sulla coda agitano le orecchie felici. Sarà anche una cosa partorita da un incubo, ma fa tenerezza, forse anche pena. Vecchia e sola, con nessuno che l’aiuta… Chissà se ha una famiglia. Alzo la mano e le gratto il mento, per farle capire che va tutto bene. Un colpo al petto mi mozza il fiato, e un dolore lancinante mi esplode sul torace.

Mi ha caricato.

Cado per terra e mi raggomitolo in posizione fetale, mentre gli artigli di orso infieriscono ovunque riescano a colpire.

Perché? L’ho nutrita, l’ho curata. Perché?

Vorrei urlare ma sono troppo terrorizzato, prego un dio in cui non credo che tutto finisca. Sento i vestiti impregnarsi del mio sangue e i versi furiosi dell’animale. Non ha mai smesso di essere una bestia feroce, sono io che ho voluto vedere qualcosa che non c’era. Non mi rendo neanche conto che ha smesso di colpirmi mentre lacrime di rabbia e frustrazione mi bagnano il viso. Con difficoltà mi metto a sedere, giusto in tempo per vedere la creatura che dà un ultimo colpetto gentile di muso al gatto, prima di incamminarsi via.

Non ci sono ringraziamenti, non c’è redenzione. Rientro in casa, arrancando a fatica. Mi guardo allo specchio e rido, mentre sangue e lacrime si mescolano.

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Questo racconto può contenere violenza, sessualità o temi sensibili (es. suicidio). Continua solo se hai almeno 18 anni.

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